Segnalazione: Il patto dell'acqua - Autore: Abraham Verghese - autore: NERI POZZA - uscita: 20 giugno 2023

 




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Il patto dell'acqua: il nuovo romanzo di Abraham Verghese in libreria dal 20 giugno

 



IL PATTO DELL'ACQUA


Dal 20 giugno in libreria e in eBook


Il patto dell’acqua è l’evocazione luminosa di un’India d’altri tempi e della sua trasformazione politica e culturale. Una lettera d’amore al potere dell’arte e della letteratura. Un inno al progresso della civiltà e nella comprensione dell’animo umano. Un romanzo di potenza straordinaria.

 

«Uno dei romanzi più belli che abbia letto in tutta la mia vita. Epico, entusiasmante».
Oprah Winfrey








Titolo originale:

The Covenant of Water


traduzione dall’inglese

 di 

Luigi Maria Sponzilli








© Abraham Verghese. All rights reserved Illustrazioni © 2023 Thomas Verghese Published by arrangement with Mary Evans Inc. and Berla & Griffini Rights Agency

© 2023 Neri Pozza Editore, Vicenza isbn 978-88-545--2733-1 www.neripozza.it




 

LEGGI IL PRIMO CAPITOLO


PREORDINA

 




 NERI POZZA

LE TAVOLE D'ORO




Questo romanzo è un’opera di finzione. Nomi, luoghi ed eventi sono prodotti della fantasia dell’autore o usati a scopi narrativi.





A Mariam Verghese

In memoriam

E un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino

Genesi 2:10

Non sono i colpi di martello, è la danza dell’acqua a rendere i ciottoli così perfetti.

Rabindranath Tagore











PRIMA PARTE




1.

Sempre

Travancore, India meridionale, 1900


Ha dodici anni e al mattino andrà sposa. Madre e figlia sono sdraiate sullo stuoino, con le guance umide incollate fra loro.

«Il giorno più triste nella vita di una ragazza è il giorno del matrimonio» dice sua madre. «Poi, se Dio vuole, le cose migliorano».

Un attimo dopo sente il suo singhiozzo trasformarsi in respiro regolare, quindi in dolce russare, un rumore che nella sua mente sembra dare ordine ai suoni sparsi della notte, dallo scricchiolio delle pareti di legno che rilasciano il calore del giorno al sommesso scalpiccio del cane nel cortile sabbioso.

Un cuculo grida: Kezhekketha? Kezhekketha? Da che parte è l’est? Da che parte è l’est? Lei immagina l’uccellino che guarda lo spiazzo dove il tetto rettangolare di paglia si acquatta sopra la loro casa. Guarda la laguna, il torrente e la risaia al di là. Quel grido può andare avanti per ore, impedendo di dormire… Ma ecco che, di colpo, si interrompe, come se un cobra si fosse avvicinato strisciando. Nel silenzio che segue, il torrente non canta una ninnananna, è solo un brontolio sopra i ciottoli levigati.

Si sveglia prima dell’alba mentre sua madre dorme ancora. Fuori dalla finestra l’acqua nella risaia luccica come argento lavorato. Sulla veranda la charu kasera di suo padre, la sedia a sdraio, è vuota e sconsolata. Solleva l’assetta per scrivere posata sui lunghi braccioli di legno e si siede. Sente l’impronta evanescente di suo padre nel bambù intrecciato.

Sugli argini della laguna quattro palme da cocco crescono oblique, sfiorano l’acqua come pavoneggiandosi nel suo riflesso prima di drizzarsi verso il cielo. Addio laguna. Addio torrente.

«Molay?» aveva detto, con sua grande sorpresa, l’unico fratello di suo padre. Di recente aveva perso l’abitudine di usare con lei quel termine affettuoso, molay – figlia. «Ti abbiamo trovato un buon partito!» L’aveva detto con tono mellifluo, come se lei avesse quattro anni, non dodici. «Il tuo sposo apprezza molto il fatto che esci da una buona famiglia, che sei figlia di un sacerdote». Sapeva che da un po’ suo zio voleva che si sposasse, e le sembrava che si stesse dando un po’ troppo da fare per organizzare questo matrimonio. Ma cosa poteva dire? Erano questioni riservate agli adulti. Il volto sconsolato di sua madre la metteva in imbarazzo. Provava compassione per lei, che invece desiderava solo rispetto. Più tardi, rimaste sole, sua madre le aveva detto: «Molay, questa non è più casa nostra. Tuo zio…» Stava cercando di giustificarsi, come se sua figlia avesse protestato. Le sue parole erano svanite nel nulla, mentre lo sguardo schizzava nervosamente da ogni parte. Le lucertole sui muri avrebbero potuto raccontare un’infinità di storie. «Vedrai, la vita che farai là non sarà tanto diversa dalla nostra. Festeggerai il Natale, digiunerai in Quaresima… andrai a messa tutte le domeniche. La stessa eucarestia, le stesse palme e gli stessi eucalipti. È un buon matrimonio… È un uomo facoltoso».

Perché un uomo facoltoso dovrebbe sposare una ragazza povera e priva di dote? Cosa le stanno nascondendo? Cosa manca a quell’uomo? La giovinezza, tanto per cominciare – ha quarant’anni. E ha già avuto un figlio. Qualche giorno prima, dopo che il sensale di matrimoni se n’era andato, aveva sentito lo zio rimproverare duramente sua madre, dicendole: «E se sua zia è annegata, cosa cambia? Vuol forse dire che nella sua famiglia corre una vena di pazzia? Si è mai sentito parlare di una famiglia colpita dalla maledizione di morire annegati? Sono sempre tutti invidiosi di un buon matrimonio e troveranno un pretesto per dire le cose peggiori».

Seduta sulla sdraio, accarezza i braccioli levigati e per un attimo pensa agli avambracci di suo padre; come molti uomini malayali era un adorabile orso, pieno di peli sulle braccia, sul petto e perfino sulla schiena: per toccargli la pelle dovevi passare attraverso una morbida pelliccia. In grembo a suo padre, su quella sdraio, lei ha imparato a leggere e a scrivere. Quando prendeva dei bei voti alla scuola parrocchiale, suo padre le diceva: «Hai una bella testolina. Ma essere curiosi è più importante. Potresti continuare a studiare. Magari andare al college! Perché no? Non permetterò che ti sposi presto come tua madre».

Il vescovo aveva assegnato suo padre a una chiesa problematica vicino a Mundakayam, dove non c’era un achen fisso perché i commercianti maomettani si opponevano. Non era un posto adatto a una famiglia, da quelle parti a mezzogiorno la nebbia del mattino arrivava ancora alle ginocchia e verso sera saliva fino al mento, mentre l’umidità causava dispnee, reumatismi e febbre. Dopo un anno laggiù, era tornato, ma aveva sempre dei brividi che gli facevano battere i denti, e aveva la pelle rovente, e faceva una pipì nera. Prima che si trovasse qualcuno in grado di curarlo, gli si era immobilizzato il petto. Quando sua madre gli aveva messo uno specchio davanti alla bocca, non si era formato un velo di condensa.

Il respiro di suo padre era svanito nell’aria.

Ecco il giorno più triste della sua vita. Come poteva il matrimonio essere peggio?

Si alza per l’ultima volta dalla sdraio di bambù. La sedia di suo padre e il suo letto con la base di tek sono per lei come le reliquie di un santo, ne trattengono l’essenza. Se solo potesse portarle nella sua nuova casa…

All’interno c’è movimento, comincia la giornata.

Si strofina gli occhi, drizza le spalle e alza il mento per affrontare così ciò che l’aspetta quel giorno, l’orrore del distacco, lasciare casa sua ormai non più sua. Il caos e il dolore nel mondo di Dio sono misteri imperscrutabili, eppure la Bibbia le insegna che c’è un ordine in tutto questo. Come direbbe suo padre: «La fede è sapere che c’è uno schema, anche se non lo vediamo».

«Andrà tutto bene, Appa» dice, immaginando la sua angoscia. Se fosse ancora vivo, oggi lei non andrebbe sposa a nessuno.

Immagina anche la sua risposta: Le preoccupazioni di un pa-

dre finiscono davanti a un bravo marito. Prego che lui sia così. Ma di questo sono sicuro: lo stesso Dio che ha vigilato qui su di te, vigilerà su di te pure là, molay. Ce lo ha promesso nei Vangeli. «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».




2.

Avere e possedere

Travancore, India meridionale, 1900

Il viaggio fino alla chiesa dello sposo dura quasi mezza giornata. Il barcaiolo li guida lungo un intrico di canali sconosciuti sovrastati da ibiscus vermigli, con le case così vicine alla riva che lei potrebbe quasi toccare un’anziana donna intenta a spulare il riso dando colpi secchi a una cesta piatta. Sente un ragazzo che legge il quotidiano Manorama a un vecchio cieco che si massaggia la testa come se le notizie lo facessero soffrire. Una casa dopo l’altra, ognuna un piccolo universo, alcune con figli della sua età che li guardano passare. «Dove andate?» chiede un ficcanaso seminudo con i denti neri e l’indice scuro – il suo spazzolino da denti – a mezz’aria, coperto di polvere di carbone. Il barcaiolo lo fissa.

Escono dai canali e avanzano su un tappeto di loto e ninfee così fitto che potrebbe camminarci sopra. I fiori sono aperti quasi in segno di augurio. D’impulso ne raccoglie uno, ne afferra il gambo ancorato in profondità. Il fiore si libera con uno spruzzo, una gemma rosa, è un miracolo che qualcosa di tanto bello spunti da un’acqua così torbida. Lo zio fissa intensamente sua madre, che non dice nulla anche se teme che sua figlia si sporchi la camicetta bianca e il mundu, o il kavani dalle finiture lievemente dorate. Un profumo fruttato riempie la barca. Lei conta ventiquattro petali. Aprendosi un varco nel tappeto di loto, sbucano su un lago tanto grande che non si vede la riva opposta. L’acqua è ferma e liscia. Si chiede se l’oceano sia così. Si è quasi dimenticata che sta per sposarsi. Giunti a un pontile affollato, si trasferiscono su una piroga gigante spinta da uomini magri e muscolosi. L’imbarcazione ha le estremità ricurve, come i gusci secchi dei fagioli. Al centro ci sono due dozzine di passeggeri con degli ombrelli per ripararsi dal sole. Lei si rende conto di essere diretta così lontano che non le sarà facile tornare di nuovo a casa.

Il lago si restringe impercettibilmente fino a diventare un grande fiume. L’imbarcazione prende velocità, spinta dalla corrente. Alla fine, in lontananza, su un’altura, un imponente crocifisso di pietra si eleva a guardia di una chiesetta, con i bracci che gettano un’ombra sul fiume. È una delle sette chiese e mezzo fondate da san Tommaso dopo il suo arrivo. Come ogni bambino che studia il catechismo, lei è in grado di snocciolarne i nomi: Kodungallur, Paravur, Niranam, Palayoor, Nilackal, Kokkamangalam, Kollam e la minuscola mezza chiesa di Thiruvithamcode. Ma vederne una dal vero per la prima volta la lascia senza fiato.

Il sensale di matrimoni venuto da Ranni cammina avanti e indietro nel cortile. Due macchie di sudore sotto le ascelle del suo juba si congiungono sul petto. «Lo sposo avrebbe dovuto essere qui molto prima» dice. Le treccine che tiene allungate sulla testa gli sono crollate dietro le orecchie come un pennacchio di pappagallo. Deglutisce nervosamente e un sasso gli si muove su e giù sul collo. Il suo villaggio è famoso per il riso migliore e quel genere di gozzo.

Il seguito del marito è composto solo da sua sorella, Thankamma. Questa donna robusta e sorridente afferra le piccole mani della futura cognata e le stringe in modo affettuoso. «Sta arrivando» dice. L’achen indossa la stola da cerimonia sopra la veste e allaccia la fascia ricamata. Allunga una mano col palmo verso l’alto, come per chiedere allora?, ma nessuno gli risponde.

La sposa trema, anche se è una giornata afosa. Non è abituata a indossare chatta e mundu. D’ora in avanti, niente più gonne lunghe e camicette colorate. Vestirà come sua madre e sua zia l’uniforme di tutte le donne sposate nella comunità dei Cristiani di san Tommaso, per le quali il bianco è l’unico colore. Il mundu è come quello maschile, ma allacciato in modo più elaborato, con il bordo libero plissettato e ripiegato tre volte su sé stesso, poi infilato in una coda a ventaglio per nascondere la forma del sedere di chi lo indossa. Occultare è lo scopo anche della bianca chatta, l’informe camicetta bianca con le maniche corte e il collo a V.

La luce penetra dalle alte finestre e produce ombre oblique. L’incenso le fa pizzicare la gola. Come nella sua chiesa, non ci sono panche, solo ruvidi tappeti in fibra di cocco sul pavimento color minio, e solamente vicino all’altare. Lo zio tossisce e il suono riecheggia nello spazio vuoto.

Aveva sperato che sua cugina – la sua migliore amica – fosse presente al matrimonio. Si era sposata l’anno prima, come lei a dodici anni, con un giovane coetaneo di buona famiglia. Durante il matrimonio lo sposo era sembrato un mezzo deficiente, più interessato a mettersi le dita nel naso che alla cerimonia; l’achen aveva interrotto il kurbana per sibilargli: «Smettila di scavare. Non c’è oro lì dentro!» Sua cugina le aveva scritto che nella nuova dimora dormiva e giocava con altre ragazze della famiglia acquisita, e che era contenta di non avere a che fare con suo marito, un tipino molesto. Sua madre, leggendo la lettera, aveva detto, con l’aria di chi la sa lunga: «Be’, un giorno tutto questo cambierà». La sposa si chiede se ora è cambiato, e cosa significhi.

C’è agitazione nell’aria. Sua madre la spinge avanti, poi si sposta.

Lo sposo compare al suo fianco e subito l’achen dà inizio alla funzione – ha una mucca che sta per partorire nella stalla? Lei guarda fisso di fronte. Scorge un riflesso nelle lenti appannate dell’achen: una grande figura scura di fianco all’ingresso pieno di luce e una più piccola accanto – lei stessa.

Com’è avere quarant’anni? Quell’uomo è più vecchio di sua madre. Le viene da pensare: se è vedovo, perché non sposa sua madre, e non lei? Ma sa anche il motivo: i beni di una vedova valgono poco più dei beni di un lebbroso.

D’un tratto la voce dell’achen vacilla perché il futuro marito si è girato a osservarla, dando inopinatamente le spalle al sacerdote. La fissa in volto respirando affannosamente, come uno che ha fatto una lunga corsa. Lei non osa sollevare lo sguardo, ma fiuta il suo odore, sa di terra. Non riesce a controllare il tremito. Chiude gli occhi.

«Ma questa è una bambina!» lo sente esclamare.

Quando riapre gli occhi, vede il prozio con una mano tesa a fermare lo sposo, che scaccia quella mano come una formica da una stuoia e se ne va.

Thankamma corre dietro allo sposo in fuga, col ventre che ondeggia benché lo tenga premuto con le mani. Lo raggiunge vicino a una pietra da carico – una lastra di pietra orizzontale all’altezza della spalla sostenuta da due pilastri della stessa pietra piantati nel terreno, una costruzione su cui posare il carico tenuto sulla testa per riprendere fiato. Thankamma preme le mani sul petto del fratello e cerca di rallentarlo camminando all’indietro. «Monay» dice, perché è più giovane di lei, sembra più suo figlio che suo fratello. «Monay» ripete ansimando. È avvenuto qualcosa di grave, ma è comico vedere suo fratello che la spinge come se fosse un aratro, e lei non può fare a meno di ridere.

«Guardami!» gli ordina, sempre sorridendo. Quante volte ha visto quell’espressione corrucciata sul suo volto, anche da bambino? Aveva solo quattro anni quando la loro madre è morta e Thankamma ne ha preso il posto. Cantandogli le filastrocche e tenendolo in braccio ha fatto in modo che gli si distendesse la fronte. Anni dopo, quando il fratello maggiore l’ha imbrogliato sulla casa e la proprietà, che avrebbe dovuto essere sua, solo Thankamma si è levata in sua difesa.

Lui rallenta. Thankamma lo conosce bene, sa che è una miniera di parole. Se per miracolo Dio gli sciogliesse le mascelle, cosa potrebbe dire? Chechi, quando ho visto quella povera bambina angosciata, ho pensato: «È lei che dovrei sposare?» Hai visto come le tremava il mento? Ho già mio figlio a casa di cui preoccuparmi. Non ho bisogno di averne un altro.

«Monay, ti capisco» dice, come se lui avesse parlato. «So cosa pensi. Ma non dimenticare che tua madre e tua nonna avevano nove anni quando si sono sposate. Sì, erano ancora bambine, e come tali sono state cresciute in un’altra famiglia, finché sono diventate grandi. Non è così che vengono fuori i matrimoni più solidi e meglio assortiti? Ma dimentica tutto questo e pensa per un attimo a quella povera ragazza. Abbandonata davanti all’altare il giorno del matrimonio…

Ayo, che vergogna! Chi più la sposerà dopo un fatto simile?»

Lui continua a camminare. «È una brava ragazza» dice Thankamma. «Una così buona famiglia! Il tuo piccolo JoJo ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui. Sarà per lui quello che io sono stata per te quando eri bambino. Lasciala crescere nella tua casa. Ha bisogno di Parambil tanto quanto Parambil ha bisogno di lei».

Inciampa. Lui la sostiene e lei ride. «Anche gli elefanti fanno fatica a camminare all’indietro!» Solo lei è capace di trasformare l’asimmetria del suo volto in un sorriso. «Ho scelto io questa ragazza per te, monay. Non dare troppo credito a quel sensale. Io ho incontrato la madre, io ho visto la ragazza, anche se lei non lo sapeva. Non ho scelto bene quella prima volta? La tua prima moglie, santa donna, Dio l’abbia in gloria, lo approva. Quindi, adesso, fidati ancora una volta della tua chechi».

Il sensale di matrimoni conferisce con l’achen, che mormora: «Ma che storia è questa?»

Il Signore è la mia roccia, la mia fortezza e il mio salvatore. Suo padre ha insegnato alla giovane sposa che deve ripetere queste parole nei momenti di paura. La mia roccia e la mia fortezza. Un’energia misteriosa emana dall’altare e si posa su di lei come un manto, ispirandole una pace profonda. Questa chiesa è consacrata a uno dei dodici; stava lì dove sta lei, l’apostolo che toccò la ferita di Cristo. Sente di essere capita, una sensazione che va oltre l’immaginazione, una voce che parla senza emettere suono. Dice: Sono con te, in ogni momento.

A quel punto ricompare al suo fianco lo sposo a piedi nudi. Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace. Ma questi sono piedi animaleschi, callosi e insensibili alle spine, capaci di atterrare con un calcio un ceppo marcescente e di scovare le fessure per scalare una palma. Si spostano, sanno di essere giudicati. Lei non può farne a meno: lo guarda di soppiatto. Ha il naso affilato come un’ascia, le labbra carnose e il mento sporgente. Ha i capelli neri come l’ebano, senza nemmeno un filo grigio, cosa che la sorprende. È più scuro di lei, ma bello. È stupita dall’intensità del suo sguardo mentre fissa il sacerdote: è lo sguardo di una mangusta che aspetta il balzo del serpente per evitarlo, girare su sé stessa e addentarlo sul collo.

La funzione dev’essere stata più rapida di quanto le sia sembrato perché sua madre sta già aiutando lo sposo a scoprirle il capo. Lui le gira intorno, le posa le mani sulle spalle e le allaccia il piccolo minnu d’oro intorno al collo. Le dita le sfiorano la pelle, sono calde come carbone ardente.

Lo sposo traccia la sua rozza croce sul registro della chiesa e le porge la penna. Lei scrive il suo nome, il giorno, il mese e l’anno, 1900. Quando rialza lo sguardo, lui sta uscendo dalla chiesa. Il sacerdote lo guarda allontanarsi e dice: «Ma cosa fa? Ha lasciato il riso sul fuoco?»

Suo marito non è sul molo, dove una barca ondeggia sul fiume e strattona impazientemente la cima che la tiene ormeggiata.

«Da quando era bambino» dice la sua nuova cognata, «tuo marito preferisce andare a piedi. Io no! Perché andare a piedi se so stare a galla?» La risata di Thankamma è contagiosa e tutti ridono con lei. Ma ora, in riva al fiume, madre e figlia devono separarsi. Si aggrappano l’una all’altra – chissà quando si rivedranno? Lei ha un nuovo nome di famiglia, una nuova casa che non ha ancora visto ma di cui ormai fa parte. Deve abbandonare quella che fino ad ora è stata la sua.

Anche Thankamma ha gli occhi lucidi. «Non ti devi preoccupare» dice alla madre angosciata. «Mi prenderò cura di lei come se fosse mia figlia. Starò a Parambil due o tre settimane. A quel punto conoscerà la sua casa meglio dei Salmi. Non ringraziarmi. I miei figli sono tutti adulti. Rimarrò quanto basta perché mio marito senta la mia mancanza!»

Le gambe della giovane sposa vacillano quando si stacca da sua madre. Potrebbe cadere se non fosse per Thankamma, che la solleva e se l’appoggia su un fianco come fosse un bambino, poi sale sulla barca. Istintivamente lei avvolge le gambe intorno alla vita di Thankamma e preme la guancia su quella spalla carnosa. Così appollaiata fissa l’infelice che saluta con la mano dal molo, ridotta a una figurina dalla gigantesca croce di pietra che si erge alle sue spalle.

La casa della giovane sposa e di suo marito vedovo si trova nello stato di Travancore, sulla punta meridionale dell’India, schiacciato fra il mar Arabico e i Ghati occidentali, la lunga catena montuosa che corre parallela alla costa. È una terra plasmata dall’acqua e la sua popolazione è unita dalla lingua, il malayalam. Dove incontra la bianca spiaggia, il mare conficca le dita nell’entroterra, intrecciandole con i fiumi che scendono serpeggiando lungo i verdi pendii dei Ghati. È un mondo di ruscelli e canali che sembra uscire dalla fantasia di un bambino, una trina di laghi e lagune, un labirinto di acquitrini e verdi stagni coperti di loto; un’ampia rete di comunicazione perché, come diceva sempre suo padre, corsi e specchi d’acqua sono tutti collegati. Ha dato origine a un popolo – i malayali – mobile come il liquido elemento che lo circonda, gente dalla gestualità fluida, dai morbidi capelli che fluttuano nel vento, dalla risata pronta mentre scivolano da un punto all’altro, muovendosi come globuli sanguigni nel sistema vascolare, spinti dal grande cuore pulsante del monsone.

In questa terra, palme e borassi sono così abbondanti che, di notte, le loro sagome increspate ondeggiano e luccicano all’interno delle palpebre chiuse. Sogni beneauguranti devono contenere fronde verdi e acqua; la loro assenza determina un incubo. Quando i malayali dicono “terra” includono l’acqua, perché non ha senso separarle, come non ha senso separare il naso dalla bocca. Su barche a remi, piroghe, chiatte e traghetti, i malayali e i loro beni navigano per tutto il Travancore, il Cochin e il Malabar con una agilità che chi non vive sull’acqua fatica a immaginare. In assenza di strade adeguate, di ponti e di regolari trasporti su gomma, l’acqua è l’autostrada.

Al tempo della nostra giovane sposa, le famiglie reali di Travancore e Cochin, le cui dinastie risalgono al Medioevo, si trovano sotto il dominio britannico in qualità di «stati principeschi». Ce ne sono più di cinquecento sotto il giogo britannico – metà del continente indiano – in gran parte minori e irrilevanti. Nelle grandi occasioni i maharajah degli stati principeschi più importanti, o «salute states» – Hyderabad, Mysore e Travancore – hanno diritto a un numero di salve compreso tra nove e ventuno, a seconda dell’importanza che il maharajah ricopre agli occhi dei britannici (e spesso allo stesso numero di Rolls-Royce del garage reale). In cambio del privilegio di mantenere i propri palazzi, le proprie auto, il proprio status, e del permesso di governare in modo semiautonomo, i maharajah pagano al governo britannico una decima, che ricavano dalle tasse inflitte ai loro sudditi.

Nel suo villaggio nello stato di Travancore la nostra sposa non ha mai visto un soldato britannico o un funzionario statale, diversamente da quanto succede nelle province di Madras o Bombay, territori amministrati direttamente dai britannici che pullulano di inglesi. Più tardi le regioni di Travancore, Cochin e Malabar – in cui si parla il malayalam – si uniranno per formare lo stato del Kerala, un territorio costiero sulla punta dell’India che ha la forma di un pesce, con la testa rivolta verso Ceylon (oggi Sri Lanka) e la coda verso Goa, mentre gli occhi fissano malinconicamente Dubai, Abu Dhabi, Riyad e il Kuwait al di là dell’oceano.

Spingi una pala nel terreno in qualunque punto del Kerala e ne sgorga dell’acqua color ruggine, come sangue sotto un bisturi, un ricco elisir di laterite che dà nutrimento a ogni creatura vivente. Si può liquidare come infondata l’affermazione che feti abortiti ma vitali gettati in quel suolo crescano come esseri umani selvatici, ma non si può contestare il fatto che qui le spezie si sviluppano con un’abbondanza che non si vede in nessun’altra parte del mondo. Per secoli, nell’antichità, i marinai del Medioriente hanno catturato i venti di sudovest con le vele latine dei loro sambuchi per approdare sulla Costa delle spezie e comprare pepe, chiodi di garofano e cannella. Quando i venti cambiavano direzione, tornavano in Palestina, vendendo le spezie ai commercianti genovesi e veneziani per una piccola fortuna.

La mania delle spezie si diffuse in tutta Europa come la sifilide o la peste, e con gli stessi mezzi: marinai e navi. Questo, tuttavia, fu un contagio salutare: le spezie prolungavano la vita del cibo e di chiunque le consumava. Ma c’erano altri benefici. A Birmingham, un prete che masticava cannella per coprire l’alito da avvinazzato risultò irresistibile alle donne della sua parrocchia e sotto pseudonimo scrisse un pamphlet divenuto molto popolare: Newe Sauces Swete and Sharp: A Merrie Gallimaufry of Couplings Uncouthe and Pleasant for Man and his Wyf (Nuovi condimenti dolci e piccanti: un allegro miscuglio di accoppiamenti selvatici e piacevoli per l’uomo e sua moglie). I farmacisti tessevano le lodi di certe pozioni miracolose a base di curcuma, kokum e pepe nella cura dell’idropisia, della gotta e della lombaggine. Un medico di Marsiglia scoprì che strofinando dello zenzero su un pene piccolo e flaccido si risolvevano entrambi i problemi, procurando alla compagna «un tale piacere che chiederà di non uscire più da lei». Stranamente, ai cuochi occidentali non venne mai in mente di tostare e macinare insieme grani di pepe nero, semi di finocchio, aglio e cipolle per fare un masala, la base di ogni curry.

Naturalmente, quando in Europa le spezie vennero vendute allo stesso prezzo dei gioielli, i marinai arabi che le trasportavano dall’India mantennero segreta la loro fonte di approvvigionamento. Finché nel corso del Quattrocento i portoghesi (seguiti dagli olandesi, dai francesi e dagli inglesi) organizzarono spedizioni per scoprire la terra in cui crescevano queste spezie d’inestimabile valore. Erano tutti come dei giovani eccitati che hanno fiutato il profumo di una donna libera e disinibita. Dove si trovava? A est, sempre da qualche parte a est.

Finché Vasco da Gama dal Portogallo decise di dirigersi a ovest, non a est. Navigò lungo le coste dell’Africa occidentale, doppiò il Capo di Buona Speranza e risalì lungo le coste orientali. A un certo punto, nell’Oceano indiano catturò e torturò un pilota arabo, che lo condusse alla Costa delle spezie – l’odierno Kerala – approdando vicino alla città di Calicut. Il suo era stato il più lungo viaggio oceanico mai effettuato.

Lo Zamorin di Calicut non fu particolarmente colpito da Vasco da Gama, e nemmeno dal suo re, che gli inviava in dono coralli marini e oggetti d’ottone, mentre lui offriva rubini, smeraldi e seta. Trovò anche ridicolo che l’ambizione dichiarata di da Gama fosse quella di portare l’amore di Cristo ai pagani. Non sapeva, quell’idiota, che millequattrocento anni prima del suo arrivo in India, e prima che san Pietro giungesse a Roma, un altro dei dodici discepoli – san Tommaso – era sbarcato sulla costa con un sambuco di mercanti arabi?

Dice la leggenda che san Tommaso arrivò nel 52 d.C. e che, giunto nell’odierna Cochin, incontrò un ragazzo che tornava dal tempio. «Il tuo Dio sente le tue preghiere?» gli domandò.

Il ragazzo rispose che il suo Dio lo sentiva certamente. San Tommaso allora spruzzò dell’acqua in aria e le goccioline rimasero sospese. «Può il tuo Dio far questo?» Grazie a dimostrazioni simili, che fossero miracoli o magie, riuscì a convertire al cristianesimo alcune famiglie braminiche. Anni più tardi subì il martirio a Madras. Quei primi convertiti – i Cristiani di san Tommaso – rimasero fedeli alla loro fede e vietarono il matrimonio al di fuori della comunità. Col tempo crebbero e prosperarono, tenuti uniti dai loro costumi e dalle loro chiese.

Circa duemila anni dopo, due discendenti di quei primi indiani convertiti, una ragazza di dodici anni e un vedovo di mezz’età, si sono sposati.

«È andata così» dirà la nostra sposa quando diventerà nonna, e quando sua nipote – che porterà il suo stesso nome – le chiederà di raccontarle la storia dei suoi antenati. La piccola ha sentito dire che la loro è una genealogia piena di misteri e che fra i suoi antenati ci sono schiavi, assassini e vescovi spretati. «Bambina mia, il passato è passato, e per di più è diverso ogni volta che lo ricordo. Ti parlerò invece del futuro, del tuo futuro». Ma la bambina insiste.

Da dove cominciare? Dall’«incredulo» Tommaso, che ripeteva di aver visto le ferite di Cristo prima di credere? Da altri martiri di quella fede? Ciò che la bambina chiede a gran voce è la storia della sua famiglia, della casa del vedovo in cui sua nonna è andata sposa, una dimora senza sbocco al mare in una terra appoggiata sull’acqua, una casa piena di misteri. Ma questi ricordi sono tessuti con fili sottilissimi; il tempo produce buchi nel tessuto, che vanno rammendati con il mito e la favola.

La nonna ha poche certezze: un racconto che lascia un’impronta su chi lo ascolta dice la verità su come il mondo vive, e quindi, inevitabilmente, parla di famiglie, delle loro vittorie e delle loro ferite, e di chi non c’è più, compresi i fantasmi che faticano a scomparire; deve anche dare istruzioni su come vivere nel regno di Dio, dove la gioia non esclude la sofferenza. Una buona storia va oltre le intenzioni di un Dio misericordioso: riconcilia le famiglie e le alleggerisce dei segreti, che creano legami più forti del sangue. Ma nello svelarli, come nel mantenerli, i segreti possono distruggere una famiglia.

 

 

 

 

 

EVENTI | LA MILANESIANA

 

L’UOMO, LA NATURA, LA CITTÀ DI DOMANI

Mercoledì 11 luglio ore 18.00 | Fondazione Corriere della Sera, Sala Buzzati
In collaborazione con A2A

Abraham Verghese, Mario Botta, Stefano Mancuso e Venanzio Postiglione. Concerto con Hildegard De Stefano (violino) e Davide Ranaldi (pianoforte).



 

 

 

 

 





 BUONA LETTURA














ALLA PROSSIMA























E. G. Cormaci 

Romana di adozione, vive a Manziana, un grazioso angolo immerso nel verde. Si  interessa da sempre di letteratura. Diplomata con specializzazione in scrittura creativa, scrive sceneggiature per il cinema e la TV, tra cui quella per la fiction Io non dimentico. (Canale 5 – anno; 2007) Lavora come consulente editoriale, editor, blogger, correttore di bozze, Ghostwriter e giornalista freelance; scrive articoli su fatti di cronaca. Per il Ciliegio, dirige come blogger la rubrica mensile: “Uscite Succose” da lei ideata, dove vengono recensiti libri, video/intro dei nuovi libri editati dalla casa editrice. Il suo corso di scrittura creativa livello avanzato è stato pubblicato sulla piattaforma di Life Learning

 Sulla rubrica “Piacevoli letture”, sempre da lei ideata per la casa editrice Triskell - e Per la rubrica “Straordinarie letture” da lei ideata e diretta per la NUA edizioni,  e sulla rubrica “Sognando tra le parole”, sempre da lei ideata, per la casa editrice PuBme. Potete trovare le segnalazioni e le sue recensioni sul blog: “L’angolo della fantasia – letture infinite.

 

Per Neri Pozza

Rubrica: “ll Nido dei libri”

 sulla Rubrica: "Libri a fior di pelle" per la Collana: LoveTribu

Recensisce libri su Respiro di Libri Blog, e per Infiniti mondi – scrittori indipendenti di Andrea Zanotti.

Autrice eclettica e creativa con svariate passioni, continua a coltivare quella per la narrativa.

Si occupa di pubblicizzare attraverso il suo blog, libri, case

 editrici, autori e blog dove vengono postate recensioni,

 segnalazioni e quant’altro riguardi il mondo editoriale.

Autrice eclettica e creativa con svariate passioni, continua a coltivare quella per la narrativa con successo, ha infatti già all’attivo la pubblicazione di molti testi e diversi romanzi.

Master Accademia (AISF) in criminologia con la criminologa Roberta Bruzzone, indirizzo: Examiner Forensic di studi in psicologia criminale investigativa. 2014/17.

Qualifica Professionale di Forensic Examiner 90/100. Maggio 2017.

Esperto in Scienze Forensi. Criminologia Investigativa e criminal Profiling.

Tirocinio formativo: ‘Indagine su fascicolo di Cold case’

R.A.S.E.T. - Qualifica in: Formazione Ricerca e Sviluppo -Training Course: EVIDENCE COLLECTION - Crime Scene Investigation Techniques and Strategies Training Course. (marzo 2016)

Si dedica alla scrittura creativa, sceneggiatura ed educatrice per l’infanzia, continuando a coltivare la sua passione per la lettura, la scrittura creativa e Storytelling, collaborando con diverse case editrici. Autrice/sceneggiatrice dello sceneggiato televisivo: “Io non dimentico”, andato in onda su Canale cinque. (anno 2007) Ha svolto attività di volontariato presso l’associazione umanitaria “Tracce” lavorando a stretto contatto con le problematiche sociali di ragazzi, bambini e anziani.

Ha insegnato scrittura creativa di primo livello al centro culturale “Gabriella Ferri” di Roma e presso vari Istituti scolastici tra cui la Gianelli di Roma, i cui ricavati sono serviti per ampliare le biblioteche scolastiche e sostenere i rispettivi centri culturali.

Il suo videocorso di scrittura creativa “Il genio della creatività” di livello avanzato è stato pubblicato dalla Life Learning.

Diploma di maturità: Educatore sociale per l’infanzia e tecnico dei servizi socio sanitari (78/100.) Sibilla Aleramo Roma. 2013/2014 ((cinque anni di inglese relativo alle materie scolastiche studiate: psicologia, metodologia, filosofia, pedagogia, filosofia, igiene e sanità, malattie relative alle disabilità, diritto ed economia aziendale, matematica e scienze.)

Attestato 5° livello: Corso Inglese Intermedio scuola Borsi Roma Insegnante Anna Ferretti.

Corso della durata trimestrale in criminologia investigativa alla Upter con il professor Luca Marrone (Lumnsa.) Corso BES e DSA e di psicologia attestati.

Romanzi editati:

 

L’ombra del peccato: genere romance pubblicato

dalla casa editrice Pubme - Litteraly romance.

Nel 2022, con la casa editrice il Ciliegio è uscito il primo romanzo fantasy per ragazzi “Mosè il guerriero divino”, la storia biblica di Mosè, rivisitata.

Alit e lo spirito dei sogni – fantasy - il Ciliegio edizioni 2008

Esalogia.

Il diritto di esistere – NUA edizioni – P° volume di una saga Thriller

È autrice di Ninna Nanna della Luna, edita su Filastrocche.it

Scrive filastrocche per bambini per il sito: Filastrocche.it

Con la Blueberry: a breve uscirà il primo volume della trilogia fantasy/epico: L’ultimo Nibelungo.

 

 

Recapiti autrice:

 

 

Potete trovare le segnalazioni, recensioni di autrici self e no sul suo Blog:

L’angolo della fantasia – letture infinite

https://alit-grazia.blogspot.com/...

 

Rubrica “Uscite succose” del Ciliegio edizioni

https://piccoletto11lukeletturesuccose.blogspot.com/...

 

Rubrica: “Piacevoli letture” Triskell

https://alitgrazia.blogspot.com/2022/04/triskell-edizioni-blog-langolo-della.html



Rubrica – “Straordinarie Letture” Nua edizioni

http://booknelmondostraordinarieletture.blogspot.com

 

 

Rubrica: “sognando tra le parole” PUBME

https://sognando-tra-le-parole.blogspot.com/2022/11/rubrica-sognando-tra-le-parole-orecchio.html

 

Rubrica: “Fantastiche letture” Genesis Publishing

https://fantasticheletturegenesispublishing.blogspot.com

 

 

Rubrica: “Fantasie di libri” Orecchio Acerbo edizioni

https://fantasie-di-libri-orecchio-acerbo.blogspot.com/2023/01/blog-post.html

 

 

Neri Pozza

Rubrica: “Il Nido dei libri”

https://ilnidodeilibri.blogspot.com/2023/02/segnalazione-uscite-le-novita-della.html

 

 

 Fanucci   Editore

Rubrica“Fantasylibri”

 

https://fantasylibrifanucci.blogspot.com/2023/03/segnalazioni-uscite-fanucci-editore.html

 

 

Gallucci editore

Rubrica: “libri in libertà”

https://libriinlibertagallucci.blogspot.com/2023/04/blog-post.html

 

 

 

Blueberry Edizioni

Rubrica: “Infinity book”

https://httpsinfinitybook.blogspot.com/2023/04/rubrica-infinity-book-blueberry-edizioni.html

 

 

Collana: LoveTribu

Rubrica: “Libri a fior di pelle”

https://libriafiordipellecollanalovetribu.blogspot.com/2023/04/segnalazione-nascita-nuova-collana.html


 

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